
Il suono delle palle scorrere sul tappeto verde, lo stridere leggero del gesso blu sul legno, l’odore di borotalco all’occorrenza. Tutte sensazioni ancora vive nella mia memoria, quando, da piccola, mio papà giocava a biliardo nella taverna di casa con i suoi amici. Primo tra tutti Giancarlo Rosanna, anche lui di Busto Arsizio e due volte campione del mondo di biliardo, un onore averlo ospite da noi quando ancora era “solo” una promessa e il mondo non lo conosceva.
Bei tempi quelli. Innanzitutto perché mio padre era ancora allegro e vivace, lontano dalla brutta malattia che negli anni a venire sarebbe subentrata; secondariamente perché io, con i miei circa cinque o sei anni, assorbivo tutto senza capire molto di un gioco che più avanti avrei apprezzato. Mi davano delle palle, o biglie come preferite – che io credevo fossero ancora d’avorio – per giocare per terra, senza disturbare troppo il gioco dei grandi. Non ricordo eccessi, solo armonia e un’allegra compagnia che si sfidava a suon di colpi secchi, eleganti e calcolati con millimetrica precisione, seguendo invisibili traiettorie. Allora c’erano le buche sulle sponde e io avevo il permesso di prendere le palle quando si infilavano lì dentro, ero bassa tanto da poter vedere dentro. Più tardi avrei avuto anch’io una mia stecca, su misura, cioè più corta di quelle normali, anche se cercavo sempre di evitarla preferendo usare quelle dei grandi.
Negli anni tante cose sono cambiate, loro – i giocatori – non ci sono più purtroppo, ma il nostro biliardo è ancora lì, sopravvissuto a strappi, polvere e macchie. Oggi, dopo tanti anni, è rinato, grazie alla volontà di mio figlio e alla passione che ha evidentemente ereditato dal nonno materno, mai conosciuto. Tappeto nuovo, vita vecchia, perché quel tavolo verde conserva le memorie di quasi un secolo!
A proposito di storia, conoscete le origini del gioco del biliardo? Mi sono informata e ho scoperto che sono affascinanti. Anche se c’è stato un lungo dibattito tra Francia e Inghilterra su chi lo abbia inventato davvero, la storia sembra dare in fine ragione ai francesi, i quali si ispirarono alle praterie delle loro belle campagne. Il biliardo, infatti, pare essere nato essenzialmente come una versione da interno del croquet. Nel XV secolo i nobili amavano giocare a giochi che prevedevano il colpire palle con mazze sull’erba ma spesso il clima avverso non lo consentiva. Così pensarono di spostare il gioco in casa, al chiuso, sopra dei tavoli. Il panno verde che usiamo ancora oggi (nonostante alcune versioni eccentriche in blu o in rosso) fu scelto proprio per simulare l’erba del prato originale.
La prima menzione storica di un tavolo da biliardo risale al 1470, nell’inventario dei beni di re Luigi XI, anche se a quell’epoca il gioco era molto diverso: si usavano dei mazzuoli (simili a mazze da golf o croquet) invece delle stecche sottili e c’erano persino degli archetti da attraversare. La stecca moderna è nata per pura comodità: quando la palla finiva vicino alla sponda, il mazzuolo era troppo ingombrante per colpirla bene, così i giocatori iniziarono a girare la mazza e a usare il manico. Solo verso il 1600 la stecca divenne lo strumento ufficiale del biliardo e oggi nella rastrelliera di mio padre ce ne sono di così belle e sofisticate che senz’altro mio figlio imparerà ad usarle al meglio, resuscitandole a nuova gloria.
È incredibile come un gioco nato per sfuggire al maltempo sia diventato una disciplina di precisione giocata su un tappeto verde, un tappeto rettangolare in cui la fisica incontra l’emozione e il passato porge la mano al futuro. Da padre a nipote. Magiche geometrie del destino nate per … gioco!
Braaaava
Ma grazie !