
Ricordi, pensi, pensi troppo. Così non scrivi niente.
Ti immergi così tanto nei tuoi pensieri che ti anestetizzi, non ti muovi, tanto sai che tra poco sprofonderai nei sogni, andrai in altri mondi possibili, quasi veri. E ti sveglierai domandandoti dove sei.
I piedi nell’acqua, galleggi come spore, lasciati andare. La notte ti chiama, raccontati domani.
…
Eccomi, è domani. Infatti, è stata una notte intensa, faticosa. Ero dentro un ascensore che mi metteva paura, buio grigio, scavato dentro pareti di roccia naturale, sembrava più una piccola funicolare sotterranea. Poi, arrancando è affiorato in superficie, lì ho dovuto scavalcare un gradino alto, anche questo in pietra, avevo paura. Ma una volta fuori, eccolo: il mare! Ero in alto, era ancora buio, l’alba sarebbe arrivata tra poco. Avevo ancora paura, perché mi trovavo molto in alto, come fossi su una nave senza ripari. C’erano altre persone, penso che conoscessi qualcuno, forse una donna che mi dava coraggio. So con certezza che il panorama era splendido ma ammantato nella notte, potevo solo intuirlo. Poi, guardando verso destra, ho visto in lontananza delle onde altissime, albeggiava e la prima luce carezzava la spuma delle onde rifrante sugli scogli. Azzurro, bianco, bello. Una promessa. Cercavo nello zainetto qualcosa per fotografare e – che bello! – non ho armeggiato con il telefono ma con una macchina fotografica vera, piccola color argento, la sentivo mia da sempre.
Come sempre nei miei sogni avrei voluto entrare in acqua. I piedi, la pelle, tutta me stessa avrebbe voluto. Il mio corpo aveva urgentemente sete.
…
Gocce, la pioggia canta. È mattina, sono uscita dal sogno. Come a ogni risveglio lo ripasso per non dimenticarlo, anche se puntualmente gran parte di quel vivere altrove se ne va nella nebbia della mente. Pazienza! Non sono entrata nel mare ma almeno fuori piove. Gocce di sogno su di me!


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