
Per chi non lo sapesse, Katalin Karikó è stata insignita del Premio Nobel nel 2023, insieme al suo collega Drew Weissman, per Fisiologia e Medicina, in seguito alle scoperte sulle modifiche delle basi nucleotidiche che hanno permesso lo sviluppo dei vaccini a base di mRNA contro il Covid-19.
Ma Katalin Karikó è anche una bambina con le guance paffute e i capelli biondi a caschetto. Affascinata a guardare il padre macellare il maiale di turno che si sarebbe trasformato in salsicce affumicate, un odore indimenticabile che l’accompagnerà per tutta la vita. É cresciuta in una casa piccola dove si viveva in una sola stanza, l’unica calda, in un tempo in cui non c’era distinzione tra la bellezza del gioco e il duro lavoro quotidiano. Non le mancava niente.
Quella bambina diventa “una donna seduta a un banco di laboratorio … potrebbe restare seduta lì per quarant’anni … potrebbe cambiare la vita di tutti.”
Con queste parole Katalin Karikó comincia il suo libro sulla sua tumultuosa e contrastata vita di donna e di scienziata.
Ci sono libri che si leggono. Altri che si vivono.
“Nonostante tutto. La mia vita nella scienza”, di Katalin Karikó (Bollati Boringhieri, 2024) appartiene ai secondi. È uno di quei libri che ti assorbono dalla prima all’ultima pagina e, anche quando ti stacchi, continuano a ronzare nella testa, a circolare nelle vene e ti chiamano urgentemente a riprendere il filo. Pare addirittura di sentire la voce di chi scrive.
Katalin Karikó racconta la sua storia, un autentico romanzo: figlia di un macellaio, cresciuta nella regione della grande Pianura Settentrionale dell’Ungheria negli anni Cinquanta, fino ai giorni nostri, fino a quel 2020 surreale che – nonostante tutto – l’ha coronata con il successo che meritava da decenni. In mezzo, un susseguirsi straordinario di vicende umane e professionali in cui la donna e la scienziata non si scindono mai, così come il lavoro e la vita. Il comune denominatore è la ricerca.
Ricerca, sempre. Lavoro, sempre. Ostinata fino al midollo, forgiata dall’humus culturale del suo Paese d’origine, orgogliosa delle proprie radici, che verranno meritatamente plaudite dal mondo intero. L’intero libro è permeato di un sottofondo ungherese che suscita reverenza.
Non conoscevo la sua storia. Non sapevo fosse lei – grazie alle sue costanti ricerche sul mRNA – la pioniera dei vaccini anti Covid. Solamente nell’apocalittico scenario della pandemia, i suoi sforzi metodici di ricercatrice e scienziata sono stati riconosciuti e pluripremiati. Da giovane immigrata in un’America dove il profitto detta legge, con un orsacchiotto di pezza imbottito di soldi, a paladina della scienza. Ma quanta fatica!
Una vita intera, la sua, combattuta – spesso sola contro tutti – nelle retrovie invisibili del mondo accademico e scientifico, improvvisamente e inaspettatamente proiettata su tutti i giornali, su tutti gli schermi, sul grande palcoscenico dell’universo scientifico e medico.
“Ci sono ancora così tante cose da scoprire” scrive, sicura di non essere arrivata a un traguardo ma a una svolta, in continuo cammino verso nuovi eureka. Perché la scienza è così: ciò che vale oggi, domani sarà superato. “Non fermatevi – esorta nell’Epilogo – perché se tutt’a un tratto mi fossi fermata e non fossi riuscita a esprimere tutto il mio potenziale, la perdita sarebbe passata inosservata agli occhi del mondo. E un mondo privato di un contributo importante sembra ordinario.”
Ci sono libri che si leggono. Altri che si vivono e in più insegnano, emozionando, commovendo. Questo di Katalin Karikó insegna a credere nelle proprie intuizioni, a inseguire le proprie potenzialità senza mai demordere, anche e soprattutto quando nessun altro mostra interesse per ciò che si sta coltivando. Noi siamo il potenziale. Noi siamo il seme.
Concludo con una confessione e un ringraziamento personale: nel 2020 non mi sono mai vaccinata. Non rientro tra i milioni di persone che hanno beneficiato della scoperta di Katalin Karikó. Ora però, dopo aver letto il suo libro, a differenza di sei anni fa, sono almeno consapevole di cosa – e di chi – sta dietro quel risultato. Ci sono umiltà, forza di volontà, solitudine e sofferenza. Ma anche tanta gratitudine, persino verso chi l’ha scoraggiata e mortificata, e la solidarietà di amici fedeli, compagni di studio e colleghi di lavoro che tuttora le sono vicini. Insieme all’amore e al sostegno di una famiglia – prima di tutto i suoi genitori e sua sorella, poi il marito Béla e la figlia Susan – che nonostante tutto rappresentano il più grande successo di Katalin Karikó.
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